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martedì 30 ottobre 2012

Lacrime di donna






Un bambino chiede alla mamma: «Perché piangi?».
«Perché sono una donna» gli risponde.
«Non capisco» dice il bambino.
La mamma lo stringe a sé e gli dice: «E non potrai mai capire…»
Più tardi il bambino chiede al papà: «Perché la mamma piange?»
«Tutte le donne piangono senza ragione», fu tutto quello che il papà seppe dirgli.
Divenuto adulto, chiese a Dio: «Signore, perché le donne piangono così facilmente?»
E Dio rispose:
«Quando l’ho creata, la donna doveva essere speciale.
Le ho dato delle spalle abbastanza forti per portare i pesi del mondo,
e abbastanza morbide per renderle confortevoli.
Le ho dato la forza di donare la vita,
quella di accettare il rifiuto che spesso le viene dai suoi figli.
Le ho dato la forza per permettele di continuare quando tutti gli altri abbandonano.
Quella di farsi carico della sua famiglia senza pensare alla malattia e alla fatica.
Le ho dato la sensibilità di amare i suoi figli di un amore incondizionato,
anche quando essi la feriscono duramente.
Le ho dato la forza di sopportare il marito nelle sue debolezze
e di stare al suo fianco senza cedere.
E finalmente, le ho dato lacrime da versare quando ne sente il bisogno.
Vedi figlio mio, la bellezza di una donna
non è nei vestiti che porta, né nel suo viso, o nella sua capigliatura.
La bellezza di una donna risiede nei suoi occhi.
Sono la porta d’entrata del suo cuore, la porta dove risiede l’amore.
Ed è spesso con le lacrime che vedi passare il suo cuore».


IL CONTO







Una sera, mentre la mamma preparava la cena, il figlio undicenne si presentò in cucina con un foglietto in mano.
Con aria stranamente ufficiale il bambino porse il pezzo di carta alla mamma, che si asciugò le mani col grembiule e lesse quanto vi era scritto:
“Per aver strappato le erbacce dal vialetto:
Euro 3.
Per aver ordinato la mia cameretta:
Euro 5.
Per essere andato a comperare il latte:
Euro 0,50.
Per aver badato alla sorellina (3 pomeriggi):
Euro 9.
Per aver preso due volte “ottimo” a scuola:
Euro 5.
Per aver portato fuori l’immondizia tutte le sere:
Euro 4. Totale: Euro 26,50″.
La mamma fissò il foglio negli occhi, teneramente.
La sua mente si affollò di ricordi. Prese una biro e,
sul retro del foglietto, scrisse:
“Per averti portato nel grembo 9 mesi: Euro 0.
Per tutte le notti passate a vegliarti quando eri
ammalato: Euro 0.
Per tutte le volte che ti ho cullato quando eri
triste: Euro 0.
Per tutte le volte che ho asciugato le tue lacrime: Euro 0.
Per tutto quello che ti ho insegnato, giorno dopo
giorno: Euro 0.
Per tutte le colazioni, i pranzi, le merende, le cene e
i panini che ti ho preparato : Euro 0.
Per la vita che ti do ogni giorno: Euro 0.
Totale: Euro 0.
Quando ebbe terminato, sorridendo la mamma
diede il foglietto al figlio.
Quando il bambino ebbe finito di leggere ciò che
la mamma aveva scritto, due lacrimoni fecero
capolino nei suoi occhi.
Girò il foglio e sul suo conto scrisse: “Pagato”.
Poi saltò al collo della madre e la sommerse di baci.
Quando nei rapporti personali e familiari si cominciano a fare i conti, è tutto finito. L’amore è gratuito. O non è amore.
“In un giorno caldo, preparai dei coni gelato e dissi ai miei quattro figli che potevano comprarli per un abbraccio.
Quasi subito i ragazzi si misero in fila per fare il loro “acquisto”. I tre più piccoli mi diedero una veloce stretta, afferrarono il cono e corsero di nuovo fuori. Ma quando venne il turno di mio figlio adolescente, l’ultimo della fila, ricevetti due abbracci. “Tieni il resto” disse con un sorriso”


di Bruno Ferrero

domenica 28 ottobre 2012

Tutta colpa vostra




































La società della stanchezza 
Lo sapete già di chi è la colpa: è colpa vostra.

Se non riciclate, se telefonate al parente infermiere per anticipare di un paio di mesi la data della visita medica, se lasciate l’acqua della doccia aperta mentre vi insaponate i capelli, se tenete troppo tempo acceso il condizionatore, se non pagate il biglietto dell’autobus, se comprate il caricatore del cellulare dai cinesi, se non chiedete lo scontrino al bar, se parcheggiate in doppia fila. È colpa vostra in ogni caso. Se l’azienda in cui lavorate è in perdita, se comprate troppo a rate, se non comprate abbastanza, se avete tre cellulari, se non arrivate a fine mese, se siete depressi. Non potete dare la colpa al governo, è colpa vostra. Del resto ce lo dicono fin da piccoli che tutto è possibile: basta impegnarsi. Volere è potere, quante volte ve l’hanno detto?

È colpa vostra e basta….

Per questo siete depressi, per questo le vostre gambe continuano a muoversi senza sosta, nervosamente, di giorno e di notte. Perché fumate troppo (magari non solo sigarette) e bevete troppo caffé, troppa birra, troppo liquore, troppa grappa, troppa Red Bull, troppa Coca Cola. Per questo vi svegliate stanchi: perché mangiate disordinatamente e in fretta nell’ora di pausa pranzo mentre il cellulare continua a squillare e voi continuate a rispondere e a lavorare masticando un panino. Per questo vi vengono i crampi allo stomaco e la gastrite, è colpa vostra, non vi date tregua e non date tregua agli altri. Ogni insuccesso è un vostro insuccesso, ogni successo è un successo di squadra. Come l’attaccante che ha fatto quattro gol, alla fine della partita dichiarate che tutti i ragazzi hanno giocato bene, che a calcio si gioca in undici.

Avete giornate dense, vero? Agende piene di impegni, incontri, riunioni. Dovete portare risultati. Dipende solo da voi, dalla vostra capacità di organizzare il lavoro. Il lavoro non ve lo portate a casa: ve lo portate a letto, sulla tazza del cesso, a pranzo, a cena, in auto, in piscina, in montagna, in testa, costantemente. Nelle valigie avete tre caricatori per i cellulari (e fortuna che quello dell’iphone va bene anche per l’ipad). Avete mal di testa e date la colpa all’aria condizionata dell’ufficio, del bar, della mensa, dell’automobile e invece è colpa vostra. Prendete un moment e andate avanti. È così, vero? E quando avete mal di gola, giù di analgesici, antibiotici, caramelle miele e propoli. Rispondete al telefono senza voce scusandovi con il vostro interlocutore. E se la febbre diventa troppo alta rimanete a casa, a letto, ma col portatile sulle gambe e controllate sulla webmail che tutto vada bene in vostra assenza. Avete un ruolo importante e vi aspettate che prima o poi avrete anche lo stipendio adatto a quel ruolo: non si può far pressione sull’azienda in tempo di crisi, dovete ringraziare di averlo un lavoro, un ruolo. Non ci mettono niente a trovarne un altro che faccia le stesse cose allo stesso stipendio, tutti sono necessari e nessuno è indispensabile. Se l’antibiotico vi fa addormentare, vi svegliate di soprassalto e controllate il cellulare poggiato sul comodino. Il direttore potrebbe aver chiamato per un’urgenza. Lui non si dà tregua, non dà tregua a voi, voi non date tregua agli altri, gli altri non danno tregua a lui.

È tutta colpa vostra, sua, degli altri.

Uscite di casa la mattina e tornate la sera. La casa che vi potete permettere costa ogni mese la metà del vostro sotto-stipendio e ha l’impianto elettrico fuori norma, gli infissi vecchi che lasciano entrare il freddo d’inverno, il caldo d’estate e il rumore del traffico sempre, le pareti che si sbriciolano intorno al chiodo se tentate di appendere un quadro. I mobili Ikea che vi potete permettere si rompono velocemente, cedono, non sono affidabili. E poi la vostra compagna è stressata quanto voi e, quanto voi, consapevole che è colpa sua. La casa è disordinata, i panni accatastati da lavare, la cucina sporca. Lei vi guarda e vi dice che nel fine settimana bisognerà fare pulizia. È solo colpa vostra se la casa è in questo stato. Un accampamento di zingari – dice lei.

Intanto mettete l’acqua sul fuoco. Per la cena c’è solo pasta col pesto. Nel fine settimana bisognerà fare un po’ di spesa – dite voi prima che lo dica lei. Bisognerà anche andare a pranzo dai miei e a cena dai tuoi – aggiunge lei. Poi squilla il cellulare e lei risponde mentre voi mettete il sale grosso nell’acqua bollente e va a parlare nella camera da letto. È una chiamata di lavoro. Il lavoro prima di tutto.

Voi leggete il tempo di cottura della pasta e undici minuti vi sembrano troppi per delle semplici linguine, perché voi in dieci minuti siete capaci di rispondere a tre telefonate, scrivere quattro e-mail e fumare due sigarette. Ma la pasta si prende tutto il tempo che gli serve, non è colpa sua se voi non ve lo prendete: è colpa vostra.

Mentre cenate accendete la televisione, al telegiornale dicono che è tutta colpa vostra.

Andate a letto consapevoli delle vostre colpe alle undici e trenta e impostate la sveglia del cellulare alle sei e trenta.

Anche domani sarà tutta colpa vostra.

Sogni d’oro.

(Questo pezzo è liberamente ispirato dalla lettura de “La società della stanchezza” di Byung-Chul Han, Nottetempo ed. 2012).



Andare


“Da quanto tempo non fuggo davvero, fisicamente, non divengo irrecuperabile a tutti, per un po’, e mi fiondo da qualche parte per il gusto di spostarmi da tutto ciò che conosco e mi conosce davvero, e viaggiare consapevole che sto solo andando ad annoiarmi da qualche altra parte, ma almeno sola, sola e libera di essere sola e magari libera di recuperare una decenza, magari solo a sfiorare l’ambizione di essere una persona decente, che si lascia vivere senza massacrarsi e riversare su chi le sta intorno i fluidi putridi del proprio martirio?”

- Convulsioni, Filippo Betto

sabato 27 ottobre 2012

Una mattina



Una mattina ti svegli,
vuoi rimanere avvolto nelle coperte
ma poi esci per non pisciarti addosso.
Una mattina ti svegli,
vuoi fare colazione
ma non c’è niente e vai al bar in pigiama.
Una mattina ti svegli,
vuoi fare qualcosa ma pensi accendo prima un attimo il pc
e poi passa un’altra giornata. 
Non importa se ti pisci addosso,
se esci in pigiama,
o se non hai concluso niente anche oggi.
L’importante è che tu ti sia svegliato.
Perché una mattina non ti sveglierai più,
e tutto questo, non avrà più senso.
Ma la tua vita non ha senso in anticipo.



Se la vita ha un senso
    
     deve essere
      
          il senso dell'umorismo.












“Il poeta guarda il mondo come un uomo guarda una donna.”








   

"Le donne amano gli uomini che le fanno sentire nude quando sono vestite, e vestite quando sono nude."


Baudelaire: Il me semble que je serais 

toujours bien là où je ne suis pas. In altre 

parole: Mi pare che sarò sempre felice dove 

non sono. Ovvero, semplificando: Ovunque 

non mi trovo, là è il luogo dove sono me 

stesso. O se vogliamo prendere il toro per le 

corna: Dovunque fuori dal mondo.



domenica 21 ottobre 2012

venerdì 19 ottobre 2012

Photographer Julia Fullerton-Batten




                          Photographer Julia Fullerton-Batten















Photographer Sante D'Orazio

                                           
                                     

                                            Photographer Sante D'Orazio